La professione dell’architetto all’estero

In un clima economico generale segnato da una profonda crisi economica, generata come è noto dalla bolla speculativa edilizia dei paesi con maggior crescita economica, si cominciano a delineare in Italia, i primi segni di un rallentamento dell’attività edilizia.
In questo quadro a patirne sono come al solito i giovani professionisti, obbligati per vari motivi a fare scelte estreme pur di continuare ad esercitare.
Le ragioni che impediscono ai giovani di emergere, in Italia, sono molteplici: scarsa domanda di architettura di qualità, alto numero di tecnici abilitati, sistema dei concorsi e degli incarichi pubblici che tende a premiare i grandi nomi e i gruppi che possono dimostrare grossi fatturati, infine la scarsa propensioni dei giovani a sperimentare orientandosi un pò per pigrizia e un pò per necessità su progettazioni di “mercato”.
Per comprendere meglio che vuol dire esercitare la professione di architetto in Italia ed all’estero è necessario dunque fornire alcuni dati statici.
I primi che si formiscono rigurdano il comparto università:

11.666 i candidati (14.877 nel 2013) su 7.621 posti banditi negli atenei statali

34,93 punti è il voto medio (su 11.664 prove corrette); nel 2013 è stato di 26,43

Il Sud registra i punteggi medi peggiori: Catania 30,34, Palermo 28,37.

Il numero complessivo di immatricolati, cioè giovani che si iscrivono per la prima volta all’Università in un corso di laurea di architettura, è crollato del -45% negli ultimi 6 anni (nel 2011, rispetto al 2005, quasi 6 mila immatricolati in meno), una flessione nettamente più marcata di quanto registrato per il complesso dei corsi di laurea (-14%).

Il dato che emerge, da una prima valutazione, è che non solo c’è un surplus di architetti in rapporto agli abitanti rispetto ad altri stati europei, ma che vi è anche un numero esagerato di studenti in rapporto alle facoltà.

Tutto questo si traduce in una generale difficoltà ad avere una giusta collocazione nel mondo del lavoro e in uno scarso livello di istruzione.

Di seguito le slides presentate durante la seconda edizioni che mostrano l’allarmante situazione in cui versa la professione dell’architetto in Italia ed in Europa.


Il 40% degli architetti italiani intervistati dall’ACE ha dichiarato di valutare seriamente la possibilità di lavorare all’estero.

Solo un architetto italiano su cinque ha dichiarato di avere avuto esperienze di progetti all’estero svolti dal suo studio professionale, nella maggior parte dei casi in Unione Europea, in particolare Francia, Spagna e Regno Unito.

A dieci anni dal conseguimento del titolo di secondo livello il reddito mensile medio netto di un giovane architetto risulta di circa 1.300 euro, contro una media complessiva di 1.600 euro. 

La discrepanza diventa più marcata nel confronto con il reddito medio dei laureati in ingegneria (2.000 euro).

Nel complesso della categoria, secondo l’indagine del Cresme la combinazione di crisi economica e inversione del ciclo edilizio ha comportato in sei anni (tra 2006 e 2012) la perdita di quasi un terzo del reddito professionale annuo, tanto che nel 2012 il reddito medio potrebbe essere sceso a poco più di 20 mila euro.

Gli architetti iscritti all’ordine sono oggi in Italia oltre 150 mila, ovvero 5 ogni duemila abitanti. 

Il numero maggiore tra tutti i Paesi europei, dove, in media, il numero di architetti si aggira intorno a 1 ogni mille abitanti. 

Gli architetti italiani rappresentino il 27% del totale europeo (inclusa la Turchia). 

In Germania, il secondo paese in Europa per numero di professionisti, gli architetti sono poco più di 100 mila, In Francia e Regno Unito sono 30 mila.

In 22 anni, il numero di architetti è quasi raddoppiato.

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