Pietro Giuffrida (2015)

Nasce a Catania nel 1981, si laurea in architettura nel 2008 presso la facoltà di architettura di Siracusa con voto 110/110 con una tesi dal titolo “Strategie progettuali per la valorizzazione del paesaggio rurale ibleo”, pubblicata in occasione della mostra “AKRAI URBAN LAB progetti per Palazzolo”.

Durante gli studi universitari, tra il 2004 e il 2005 è studente Erasmus presso “l’Ecole d’architecture de Paris – Belleville”.

Nel 2006 partecipa al workshop internazionale alla facoltà di architettura di Lisbona.

Nel 2007 viene selezionato e partecipa  al workshop internazionale “ ABITAZONE III°edicion” alla FADU (Facultad de Arquitectura, Diseno y Urbanismo- Universidad de Buenos Aires). Tra il 2007 e il 2008, vincendo una borsa di tutorato, è collaboratore alla didattica nel corso di progettazione I del Prof. Bruno Messina.

Nel 2008, subito dopo la laurea, partecipa al progetto “Leonardo” e da febbraio 2009 inizia la sua esperienza lavorativa a Praga, nello studio ORESTA spol. s r. o.

 Tra la fine del 2009 e il 2010 rientra a Catania, lavora come libero professionista e col progetto di una piccola casa unifamiliare riceve la menzione speciale al “premio quadranti d’architettura-opera prima”. Nel giugno 2010 si trasferisce definitivamente a Praga, lavora nello studio ITAKA, s.r.o., e si occupa della gestione di grossi progetti residenziali. Dal 2012 lavora come libero professionista, si occupa principalmente di progetti di ristrutturazione e riuso dell’esistente, a Praga e in Repubblica Ceca. E’ tuttora iscritto all’ ordine degli architetti, pianificatori e paesaggisti della provincia di Catania n° 2079.

Le risposte

1.      Non ci sono motivazioni in particolare. Sono un susseguirsi di eventi durante gli anni dell’università che insieme alla curiosità e alla voglia di viaggiare mi hanno portato a fare diverse esperienze all’estero. Prima l’Erasmus a Parigi nel 2004-2005, con non poche difficoltà e da li la voglia di non fermarmi più. Ho partecipato a diversi workshop all’estero, tra cui Lisbona nel 2006 e Buenos Aires nel 2007 , e nel 2008 subito dopo la laurea ,alla prima occasione, ho partecipato alla selezione per un bando europeo “Leonardo”. Dovevano essere solo quattro mesi , e invece, salvo una parentesi di 8 mesi a Catania, sono passati già sei anni. Non so quale sia stato il motivo, ma sicuramente, la voglia di confrontarmi con culture diverse e la consapevolezza di essermi sentito a mio agio in tutti i paesi che mi hanno ospitato, per periodi più o meno lunghi, mi hanno spinto a restare all’estero più di quanto avessi programmato.

Adesso, più che alle motivazioni che mi hanno spinto a partire, bisognerebbe capire quali sono quelle che mi stanno facendo pensare ad un possibile rientro. Il problema è che non ricevo nessun tipo di incoraggiamento da parte di colleghi e amici.

2.      In Italia come all’estero, la burocrazia è il più grosso limite allo svolgimento della professione. Forse in Repubblica Ceca i regolamenti sono un po più chiari e snelli, ma ci pensa la comunicazione in una delle lingue più difficili, a complicare il tutto. La comunicazione in genere, non necessariamente legata alla lingua parlata, a mio parere, è uno degli ostacoli allo svolgimento della professione.

Parlo di comunicazione sia con gli enti pubblici che con gli stessi clienti. Spesso si hanno visioni diverse e non è facile arrivare ad una soluzione di compromesso che faccia contenti tutti. Tutto questo, spesso, può essere uno dei limiti allo svolgimento di questa splendida professione.

In riferimento ai regolamenti e alle norme, credo sia giusto che siano restrittivi e precisi.   Il problema è che spesso non sono chiari, non si capisce cosa si può fare e cosa non si può fare , con tempi di “comprensione” lunghi e inaccettabili. Questo credo sia il più grosso dei limiti allo svolgimento della professione.

3.      Qualche anno fa avrei risposto senza alcun dubbio con un No. Nonostante la preparazione di molti docenti, si incontrano troppe difficoltà , soprattutto agli inizi , durante l inserimento nel mercato del lavoro, in particolare all’estero dove la “concorrenza” è tanta, molto più giovane rispetto ai colleghi italiani e soprattutto molto più specializzata. Oggi, però, sono consapevole che la nostra formazione universitaria , forse non specializzata e “settoriale” come in altri paesi, mi ha garantito una conoscenza più ampia e su più fronti . Questo, oggi, mi aiuta parecchio nel lavoro, ma forse non è adeguata all’inserimento di un giovane architetto nel mercato del lavoro.
4.      Cresciuto a Catania, fra l ‘Etna e il mare , circondato da storia e architettura costruita proprio con la pietra lavica, avendo vissuto e studiato a Siracusa , in un contesto unico come quello di Ortigia, riconosco che il mio contributo migliore può essere proprio quello avvalermi della continua ricerca del rapporto col contesto, l’ambiente e le relazioni forti che ci sono fra esse e l’ architettura stessa, una sensibilità nei confronti del patrimonio culturale storico architettonico, e il rapporto che la storia dovrebbe avere con l’architettura contemporanea. Un esempio che mi piace “raccontare” soprattutto nei progetti in cui lavoro su preesistenze, è quello del duomo di Siracusa, un tempio greco, una facciata barocca, che convivono insieme nel rispetto reciproco   con una riconoscibilità assoluta.

Forse, un altro contributo (ironico), è quello di aver portato in studio il culto del caffè e delle relative pause, il piacere di rilassarsi 5 minuti dopo pranzo , invece di sedersi di fronte al computer ancora col boccone in bocca. Cosi in pochi mesi, lo studio si è attrezzato di angolo caffè, rigorosamente con macchinetta e caffè italiano.

Tornando seri, dalla mia esperienza all’estero ho imparato che in alcuni casi ci sono altri fattori da tenere in considerazione, altrettanto importanti. Ad esempio, in un paese del Nord Europa, il clima condiziona parecchio l’architettura e il modo di costruire. Si cerca una “protezione” dal freddo rigido dell’inverno, ad esempio, con delle tecniche costruttive diverse da quelle conosciute. Le dimensioni, le soluzioni tecnologiche, energetiche etc. si adeguano e si ricerca il massimo dell’efficienza. Forse è proprio questo che dovremmo imparare, utilizzare le stesse tecniche, ma nel nostro caso ad esempio, per “proteggerci” dal caldo.

5.      Nella mia esperienza all’estero, e nei lavori a cui ho preso parte fino ad oggi, il modo di progettare è stato sicuramente condizionato dal luogo, dal territorio, dal contesto etc. Spesso però, le esigenze della società contemporanea, la ricerca del confort abitativo, energetico etc. sono condizionate dalla globalizzazione , e quindi, il progettista non può far altro che seguirla. Questo porta alla percezione che la globalizzazione abbia livellato la ricerca architettonica. Ma non credo che questo possa mai avvenire in termini assoluti.
6.      Fortunatamente, nella realtà in cui lavoro, l’architettura contemporanea non è percepita come qualcosa di elitario. Riconosco però che spesso può fare “paura”, ed è lontana dalla società. Un “luogo comune”, un argomento che non aiuta, è quello dei costi , sempre alti “quando si ha a che fare con un architetto”. Non dovrebbe essere cosi, e mi piace credere che possa essere proprio il contrario . Il progettista deve riuscire a seguire diverse esigenze, e il budget ridotto, in alcuni casi, può anche essere considerato una risorsa.
7.      Nella maggior parte dei casi, c’è rispetto reciproco fra committenza, architetto e impresa di costruzione. I compiti sono ben distinti, l architetto deve “ascoltare” le esigenze , i desideri e i sogni del cliente, e renderli realizzabili, nel miglior modo possibile.   Naturalmente , le “visioni” del committente sono molto lontane da quelle del progettista, ma spesso il cliente si lascia “educare”, capisce l’importanza del nostro compito, del nostro lavoro, ma pur sempre nel rispetto delle loro richieste. Anche l’impresa riconosce l’importanza del progettista e della collaborazione reciproca.
8.      Credo che i progetti europei tipo “Leonardo” e tutte le iniziative di interscambio, favoriscano l’inserimento dei giovani architetti nel mondo del lavoro. Il problema è che spesso non si è a conoscenza delle associazioni che si occupano di ciò e dei fondi a disposizione. Quindi credo che iniziative e seminari di informazione sulle possibilità di tirocinio , sia a livello nazionale che internazionale , siano fondamentali. Insieme a questo bisognerebbe puntare anche sulla valorizzazione della formazione e del tirocinio.
9.      Esistono diverse figure professionali che, a seconda del progetto, entrano a far parte del gruppo di progettazione , ma l’autore e supervisore unico del progetto è sempre l’architetto o lo studio di progettazione incaricato. Così , in modo naturale, (che si tratti di un palazzo o di un piccolo garage) il cliente incarica sempre un architetto, che poi si può avvalere di tutte le altre figure professionali (ingegneri, geometri etc.)

Il cliente conosce e rispetta la differenza fra direttore lavori (qui si chiama “autorsky dozor”, letteralmente “controllo dell’autore”) e il direttore di cantiere. Riconosce che l’architetto progetta , disegna , e controlla , quando necessario durante il cantiere, se l’opera viene realizzata come da progetto. Il direttore di cantiere, “dirige”, appunto, il cantiere , con presenza giornaliera in cantiere. Mi sembrava scontata come cosa, invece credo che spesso, non è cosi.

Il valore aggiunto dell’architetto, rispetto ad altre figure professionali, viene percepito dal committente in modo chiaro. Riconosce che la figura dell’architetto può disegnare, progettare quello che loro desiderano, garantendo qualità estetica, spaziale, confort, benessere etc., si aspettano di essere ascoltati, e spesso sono molto esigenti. Sanno che tutte le altre figure professionali sono fondamentali e che interagiscono a supporto del progetto, confrontandosi e lavorando in sinergia. L’unico interlocutore rimane, però, l’architetto.

10.   Al momento lo studio in cui lavoro sarebbe il mio, non esiste come “luogo fisico”, ed è in fase di organizzazione. In base ai periodi, alla mole di lavoro, al tipo di progetto e alle risorse economiche a disposizione mi avvalgo dell’aiuto di colleghi. Collaboro con un collega italiano, con cui condivido una serie di progetti di ristrutturazione e continuo a collaborare con lo studio in cui ho fatto il Leonardo all’inizio del 2009. Si tratta di un piccolo studio locale, che esercita a Praga e nei dintorni da parecchi anni che si occupa anche della parte burocratica dei miei progetti e condividiamo la parte progettuale dei lavori a cui ho preso parte negli ultimi anni. Si avvale di diverse figure professionali, quali ingegnere elettrico, idraulico, statico etc., ognuno dei quali viene incaricato responsabile e firma le rispettive parti del progetto. L’architetto dirige e mette insieme il tutto, ma di fatto non è responsabile delle singole parti “timbrate” dagli “specialisti”. Di fatto, subappaltiamo ad altre figure professionali le singole parti del progetto.
11.   In Republica Ceca non è chiamato “ordine” , ma si tratta di un organizzazione professionale, la Ceská Komora Architektu, che fondamentalmente funziona in modo simile e segue le normative europee.

Si occupa di aggiornare la lista di architetti autorizzati e registrati in Repubblica Ceca, ma anche del riconoscimento degli architetti stranieri provenienti dall’unione europea e che vogliono esercitare la professione in Repubblica Ceca.

Si occupa   delle norme professionali, regole interne e documenti professionali, e svolge la vigilanza disciplinare sul corretto esercizio della professione compresi eventuali procedimenti disciplinari.

E’ promotore inoltre di concorsi di architettura, collabora con gli organizzatori, e sostiene le loro attività. Verifica la correttezza dei concorsi e le procedure di aggiudicazione.

Collabora con altre organizzazioni professionali come il Consiglio Europeo degli Architetti e l’ Unione Internazionale degli Architetti.

Ad oggi conta un totale di circa 3650 architetti iscritti abilitati.

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