Massimo D’Aiello (2015)


Profilo

Nato a Catania, nel 1978, si laurea nella Università degli Studi di Catania nel 2011, con una tesi che unisce architettura, web­app e conservazione dei manufatti artistici, storici e culturali. Graphic designer dal 2002, nel 2009 fonda Faves, a specialist 3d architectural visualisation, illustration and animation company. Selezionato per International Workshop ‘Learning from Cities’ ­ X Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia (Venice, Italy) nel 2006, dal 2007 assistente didattico ai corsi di Rilievo dell’Architettura, e Rappresentazione 2 e 3, della facoltà di Architettura, tenuti dal Prof. Giacinto Taibi e dalla Prof.essa Rita Valenti. 

Nel 2012 vince con Roberta Conti il “II International Meeting, Festival of Science, Art and Technology” del consorzio Archimede con il progetto Crabnebula.

Membro del Laboratorio della Rappresentazione dal 2013 che si occupa dello sviluppo del software Crab­Nebula, della facoltà di Architettura di Siracusa. 

Nel 2011 collabora con lo studio AION, nel 2013 è a Londra presso FMA, occupandosi principalmente della pubblicazione “Function of Style” di Farshid Moussavi, edito da Actar. Dal 2014 vive e lavora a Barcelona, dove collabora con lo studio APPAREIL.

Le risposte

1.      Dopo qualche esperienza (molto) positiva, presso lo studio AION e qualcun’altra meno, la delusione di un concorso pilotato, il dover inseguire creditori e lavorare senza sentirmi appagato decisi che non aveva senso rimanere in Sicilia, e decisi di volare a Londra.
2.      Tra i mali che affliggono l’architetto nella società contemporanea, possiamo citare, il diverso posizionamento culturale dello stesso e l’indebolimento delle sue funzioni, spesso relegato a risolvere questioni burocratiche.

Inoltre, la paura di costi eccessivi e ingiustificati spinge i committenti a ricorrere alle professioni concorrenti, geometri, ingegneri, o impresari. I giudizi formulati sull’architetto e sul suo mestiere, spesso congetturali e raramente critici, derivano da luoghi comuni, raramente dall’esperienza diretta.

Malgrado sia opinione diffusa che l’edificio progettato da un architetto sia generalmente, migliore di uno progettato da un non architetto.

3.      Secondo la mia esperienza, il livello qualitativo della formazione universitaria è deficitario, gli approfondimenti spesso sono lasciati alla propria coscienza, ne ebbi un primo assaggio nel mio anno Erasmus, presso l’Università di Valladolid. Dopo il primo mese di corso, il docente responsabile ci chiese se preferissimo un programma semplificato o rischiare di non superare gli esami regolari, a noi la scelta, individuale. I ragazzi interessati dal provvedimento, provenivano dalle facoltà del centro e sud Italia.

Io accettai la sfida, non fu una passeggiata, ma sicuramente ne è valsa la pena.

4.      Il doversi confrontare con realtà molto diverse tra di loro sia per i luoghi sia per le persone con cui bisogna relazionarsi mi ha arricchito professionalmente e umanamente, così come il lavoro di equipe, portato agli estremi, dove è fondamentale il contributo di tutto il team.

Le mie radici siciliane hanno contribuito con la nostra “arte di arrangiarsi” e di non fermarsi davanti a nulla e a nessun problema, propria della nostra indole siciliana.

Tanto da essere nominato nel team a problem solver

5.      La globalizzazione non credo abbia livellato la ricerca architettonica, al contrario credo che stia dando un contributo ancora pìu marcato. Nei progetti in cui sono stato coinvolto a Londra e a Barcellona, è stato molto affascinante e stimolante riuscire a trovare una sintesi secondo le diverse sensibilità presenti nei vari team di progettazione.
6.      Per la mia esperienza di architetto italiano all’esterno, non sono completamente d’accordo con questa affermazione, la buona architettura riesce ad emozionare e a trovare soluzioni attuali, ne sono un esempio i tanti spazi pubblici e musei vissuti giorno e notte. Al contrario, in Sicilia e più in generale in Italia, credo si sia creata una distanza tra l’architettura contemporanea e come questa viene vissuta e percepita, un gap, dovuto in parte a noi architetti, e in parte a una certa resistenza culturale.
7.      Finora ho vissuto due esperienze molto diverse, a Londra, presso, FMA, uno studio di architettura di medie dimensioni, con progetti medio grandi, un museo negli USA, un fashion store a Londra e appartamenti a Lille, il rapporto con i vari attori era molto gerarchizzato e organizzato puntualmente, dal brainstorming sino alla realizzazione.

A Barcellona, invece in uno studio medio piccolo, la ricerca e il lavoro è quasi “artigianale” e “certosino”, i ruoli sono intercambiabili, e conta molto il rapporto umano.

8.      Uscendo dall’Università, per chi non ha avuto modo di “fare bottega” presso uno studio di architettura, il salto tra il mondo immaginato dello studente di architettura e il giovane architetto è veramente duro, si potrebbe accorciare questa distanza, facendo dell’ultimo anno di Università, un tirocinio presso gli studi di architettura, che si concluda con l’elaborato di tesi.
9.      Il ruolo dell’Architetto in Italia, non vive uno dei suoi momenti migliori, mi sembra sia percepito spesso come un inutile costo che si aggiunge a quello già oneroso della costruzione, ritenuto in una certa misura elitario.

Riprova ne è il sondaggio di qualche anno fa sulla figura dell’Architetto in Italia, di Abacus del 2003, dove tra i termini da associare all’architettura la parola progetto quasi non compare dalle citazioni degli intervistati, insieme a progettazione, pensiero, teoria .

Al contrario all’estero, è una figura di riferimento che influisce sulla qualità della vita e del benessere in generale.

10.   A Londra, presso FMA, lo studio di una trentina di architetti il lavoro era organizzato molto gerarchicamente e in maniera quasi militare, in gruppi di 5/6 persone che lavoravano sotto un supervisore, revisioni ogni tre giorni, e revisione generale con i boss una volta a settimana, con compiti specifici da svolgere.

All’inizio di un nuovo lavoro, l’intero studio, si ritrovava per un brainstorming generale, e si invitava a dare un contributo di idee e suggestioni.

Le persone con le proposte più interessanti venivano dirottate sul progetto.

11.   In Spagna esistono i Collegi, anche se la loro funzione e struttura è diversa da quella italiana, l’Albo spagnolo è molto forte, offre molti servizi, ed un interlocutore per le politiche regionali, e patrocinatore della vita culturale di Barcellona.

Quello che mi ha colpito da subito è la “mission” pubblicata sul sito ufficiale del Collegio degli architetti catalano,

La misión del COAC es defender el valor social de la arquitectura y el urbanismo ante la sociedad en representación de los arquitectos:

·       Velar por la calidad arquitectónica.

·       Prestar servicio a los arquitectos colegiados.

·       Defender, representar y promover el trabajo de los arquitectos.

·       Difundir la arquitectura social y culturalmente.

La missione del COAC è difendere il valore sociale dell’architettura e dell’urbanismo davanti la società, in rappresentanza degli architetti:

·       Garantire La qualità architettonica

·       Servire gli architetti iscritti

·       Difendere, rappresentare e promuovere il lavoro degli architetti

·       Diffondere l’architettura socialmente e culturalmente

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