Coppolino – Patanè (2015)

Il profilo

Maria Coppolino e Claudio Patanè architetti

dopo la laurea hanno vissuto e lavorato a Lisbona negli atelier dʼarchitettura Mind_It Arquitectura e Oschoa Arquitectos esercitando la libera professione ma occupandosi anche di didattica attraverso la pratica del disegno dal vero (urbansketching), esperienze associative culturali e lʼorganizzazione di eventi. Hanno partecipato a concorsi di progettazione a livello internazionale in Luanda (Angola), Funchal (Isola di Madeira) e Italia. Hanno organizzato Workshop di Sketching a Lisbona e in particolare Claudio Patanè nel 2012 ha partecipato come istruttore di disegno panoramico urbano a Santo Domingo (Repubblica Domenicana).

Dal 2013 fanno parte di semi()atelier, con lʼarch. Sebastian Carlo Greco e lʼarch. Sabrina Tosto. Gruppo informale di architetti che si occupa di diversi ambiti della progettualità, dallʼarchitettura al design, alla grafica, allʼillustrazione e alla produzione artigianale.

Dal 2013 organizzano le “Passeggiate di Disegno_MediterraneanSketchbook” coinvolgendo appassionati di disegno su taccuino, le amministrazioni comunali (Taormina, Castelmola, Catania, Belpasso, Acireale, Savoca, Reggio Calabria, Scilla, Siracusa etc.) e le Università di Architettura di Siracusa e Reggio Calabria. Passeggiate volte a sensibilizzare e consumare con lo sguardo le variegate realtà urbane e paesaggistiche del Mediterraneo che ci circondano.

Claudio Patanè dal 2012 collabora come Docente di Disegno dal vero con le Facoltà di Architettura di Reggio Calabria e la SDS Architettura di Siracusa.

Le risposte

1.      La curiosità, il distacco e la libertà. E’ stata solo una questione “spaziale” di scoperta, di viaggio e di conoscenza. Prima tappa Londra per qualche mese e poi Lisbona. Attraverso il programma di mobilità professionale internazionale “Leonardo Da Vinci”. Dovevamo soggiornare solo per qualche mese e poi siamo rimasti tre anni. Da molto tempo avevamo provato attraverso altri programmi come il Progetto Erasmus durante l’Università, ma non riuscendoci. Dopo esserci laureati è stata una necessità andare all’ estero. Siamo partiti con addosso non solo valigie, sogni, utopie, nuove possibilità lavorative e di interazione con altre realtà diverse e culturali, non tanto distanti dalle nostre. Ma con una buona dose di “paura e desiderio”.

Abbiamo lavorato in piccoli atelier d’architettura di Lisbona (Mind_It Arquitectura, Oschoa Arquitectos e OTO Arquitectos) con programmi di formazioni professionali e modalità operative differenti, con la possibilità di crescere dal punto di vista intellettuale e professionale. Il fatto di essere piccole realtà ci ha consentito di operare in maniera soddisfacente e completa, assolvendo anche a delle responsabilità, cosa che spesso non accade collaborando con grandi studi di architettura. L’atelier Mind_It Arquitectura si occuppava maggiormente di progettazione pubblico-privata, Oschoa Arquitectos invece di progettazione privata. Periodicamente abbiamo partecipato a concorsi a livello internazionale dove i momenti di sperimentazione e competitività erano alti. Ricordiamo i progetti per il Museo del Mare a Funchal (Isola di Madeira) e il progetto Patio and Pavillion in Luanda.

2.      L’assoluta “mancanza etica” di chi esercita la nostra professione e della società contemporanea in generale. Abbiamo smarrito quella condizione umana e sociale che ha il ruolo dell’architetto nella società attuale. Tutto questo perché imbrigliata in varie questioni. La logica del successo e dello spettacolo, tipico della nostra società globalizzata.

Purtroppo contro ogni aspetto morale, etico, politico e sociale.

Una immensa superficiale e falsa logica burocratica nei confronti del fare progetto d’architettura e della città, accumulata dal dopoguerra ad oggi, per bloccare determinati fenomeni quali abusivismo e speculazione edilizia, ma che nel contempo ha alimentato la logica del “raggiro” tipico delle nostre zone.

L’assoluta mancanza di volontà d’investimento sia privato che pubblico, nella “sperimentazione” nei confronti del progetto d’architettura, dello spazio urbano, del paesaggio e dell’abitare, ha generato una mediocre omogeneità del paesaggio urbano. Lasciando spazio a “manifestazioni individuali di stravagante eccentricità”, cosa che attualmente, purtroppo, viene alimentata da riviste e portali web di architettura contemporanea. Mentre si sottrae l’attenzione a progetti-tentativo che mirano all’utilizzo di materiali idonei, tecnologie efficienti e salvaguardia dell’ambiente.

Infine la “scorrettezza deontologica e morale” spesso utilizzata dalle nostre parti tra di noi professionisti. Scorrettezza che coinvolge generazioni di architetti nei confronti di una competitività “sleale o dello sgambetto”, che non si basa sulla qualità progettuale ma esclusivamente sul ritorno economico, generando una scorretta ridistribuzione del lavoro di chi progetta l’architettura e delle ditte di costruzioni che la realizzano.

3.      Ritengo che la formazione universitaria in genere sia la più alta occasione di sperimentazione che ci viene offerta durante una fase della vita (quella dei 20-30 anni) in cui è giusto osare, provare, tentare. I Laboratori di progettazione, Tecnologia, etc. sono fucina in cui il progetto è tentativo, spesso utopia adagiata al reale. Crediamo che la formazione universitaria, almeno come l’abbiamo affrontata noi, debba fornire un consistente “scudo critico” nel saper interpretare la realtà che ci circonda, per decodificarla e intervenire in maniera “discreta” e sensata su ciò che s’incontrerà durante l’esperienza professionale futura. Crediamo che il momento accademico debba anche sensibilizzare i futuri architetti verso valori di tipo “emozionale” nell’affrontare un progetto d’architettura reale. Credo che il più grande insegnamento dato dall’università (nel nostro caso la Facoltà di Architettura di Siracusa) sia stato quello di saper “guardare oltre l’apparenza” per intervenire in maniera etica e morale in una società che purtroppo tende ad andare da tutt’altra parte. Spesso durante l’esperienza professionale si presenta la necessità di fare “un passo indietro” per risolvere una questione progettuale che si affronta, e forse quello è il progetto più interessante e difficile, perché si tratta del “non fare”. L’esperienza professionale fatta all’estero dopo la laurea, almeno nel nostro caso, ci ha messo al confronto con realtà professionali differenti ma simili alle nostre, frutto di formazioni accademiche pressoché uguali, adeguato alle esigenze anche del mercato del lavoro. Crediamo che la formazione debba consolidarsi dopo la laurea in tirocini all’interno di studi professionali privati o pubblici, con esperienze collaterali di crescita professionale (stage, corsi di aggiornamento, etc) ma con un adeguato supporto retributivo. Da parte degli Ordini Professionali, enti privati, pubblici, etc
4.      La nostra esperienza si è localizzata principalmente a Lisbona, non abbiamo vagato per l’Europa e il mondo come tanti nostri colleghi e amici. E ritengo che sia stata cosa buona perché tre anni è una durata sufficiente per “integrarsi” in una realtà differente dalla propria. Non mettere le radici, ma intaccarne almeno l’humus. Lisbona è una città-capitale alla fine, tanto “mediterranea”, ma tanto tendente all’”oceano” e questo ha dato a noi la possibilità di integrarci in maniera completa. Quindi forse dall’esperienza   all’estero abbiamo imparato, il significato di “partecipazione e condivisione” di competenze con altri coetanei colleghi architetti e amici. Sia dal punto di vista professionale attraverso anche l’esperienza dei concorsi, dei progetti all’interno degli studi, delle problematiche inerenti alla professione, la gestione dei cantieri, etc.

Sia dal punto di vista extra-professionale, da esperienze che non riguardavano solo il fare architettura, ma anche la didattica, il viaggio, l’esperienza associativa e quella culturale. Ci siamo arricchiti e confrontati con esperienze che riguardano altre specialità: il disegno, l’illustrazione, il fumetto, il cinema, il giardinaggio, la gastronomia, l’organizzazione di eventi, etc. Il nostro contributo migliore che riteniamo di aver fornito, soprattutto grazie alle nostre radici siciliane, è stata la nostra “conoscenza” e formazione che arricchita negli anni di studio è stata messa in pratica in una realtà professionale differente dalla nostra. Ma il tutto donato con molta “apertura”, “generosità” e “semplicità”.

Di queste esperienze “fuori-atelier” le più importanti sono state quelle maturate durante l’organizzazione di Laboratori di Disegno dal vero a Lisbona, e di aver fatto parte come membri attivi dell’associazione Urban Sketchers Portugal che ha permesso, soprattutto a Claudio di confrontarsi con altri appassionati del disegno e non solo, e di spostarsi come istruttore anche in altre aree geografiche come la Repubblica Domenicana nel luglio del 2012. Tutto questo bagaglio, chiaramente è stato condiviso al ritorno del viaggio qui in Sicilia, dove si sta continuando a condividere queste esperienze attraverso le “Passeggiate di Disegno_Med Sketchbook” coinvolgendo appassionati di disegno su taccuino, le amministrazioni comunali (Taormina, Castelmola, Catania, Belpasso, Acireale, Savoca, Reggio Calabria, Scilla, etc.) e le Università di Architettura di Siracusa e Reggio Calabria

5.      Crediamo che il Portogallo sia l’emblema di questa falsa “contraddizione”. E’ lecito parlare in questo caso di “glocalizzazione” parafrasando Bauman. Le nuove generazioni formate nelle Faculdade de Arquitectura di Lisbona, Porto, Coimbra, etc. hanno viaggiato/stanno viaggiando (Olanda, Svizzera, Austria, Italia, Inghilterra, etc.) attraverso i Programmi di scambio Internazionale portando con se culture progettuali e tecnologiche differenti. Questo non porta secondo noi a livellare la ricerca architettonica ma anzi ad allargarla a nuove possibilità di sperimentazione in contesti e spazi differenti, accrescendone le qualità della stessa. Crediamo che il Portogallo e la sua scuola, da questo punto di vista siano riuscite sempre ad essere globali e glocali.

Da una parte un modo di progettare condizionato dal luogo, dal genius loci(?), (ma perché non esserlo?) dall’altra parte la “meteora khoolhasiana” sta facendo germogliare i suoi più bei frutti. Durante glia anni passati in Portogallo abbiamo notato che gli studenti di architettura pur avendo in mano la stessa penna per disegnare e progettare i luoghi che li circondano, si sono aperti a sollecitazioni esterne estranee, sintetizzandole e conciliandole con i linguaggi locali in maniera sincretica.

6.      Cerchiamo di completare e chiarire il pensiero, già preannunciato in parte nella risposta numero 2. Si. Purtroppo l’architettura contemporanea oggi è diventata qualcosa di elitario, distante dalla società. Ma forse l’ho è stata sempre alla fine. Ma quello che ci preoccupa oggi, dal nostro punto di vista è che l’”elitario” è da riferirsi sia sul piano della committenza che dell’ immagine che l’architetto si è creata, montata, attorno a se. La logica del “successo” ad ogni costo ha portato ad un “insuccesso” (Gregotti) nei confronti del fare architettura.

Società in parte, oggi, massificata rivolta solo a una logica dei consumi dell’ immagine, che ha coinvolto sia quella che chiamiamo elite che la classe media. Tutto ciò ha annullato quel fare “etico e morale” del “programmare”, più che del progettare, messa in atto alla fine degli anni 60. La mancanza di riflessione verso una nuova “urbanità” ha portato il distacco dal pensare architetture e spazi urbani di qualità che coinvolgano la società contemporanea. Abbiamo perso la logica del “sacrificio” nel pensare l’architettura come processo silenzioso che incide in maniera lenta sul tempo dell’abitare e del vivere nell’individuo, per qualcosa che sia “effimero e distante”, a breve scadenza, un po’ come la bolla “Expo” di questi anni. Sembra che tutti siano felici e contenti, compresi noi, stando sulla stessa barca, ma non è così purtroppo.

L’esclusione di una immensa generazione di giovani architetti “bohemiens” da un mondo elitario distante, che coinvolge colleghi architetti e committenza pubblica e privata, è reale. Ma crediamo che stia nascendo, o esista già, una “generazione anonima”, che agisca in maniera silenziosa sul fare architettura e la città. Un po’ come l’”erbetta trabordante che cresce sul ciglio delle strade”. Una generazione con uno sguardo aperto, che ha viaggiato o che è ancora itinerante per l’Europa o altri continenti, ricettori di nuovi stimoli e sperimentazioni. Una generazione che è tornata, o semplicemente è rimasta nei luoghi d’appartenenza ma anch’essa esposta a nuove suggestioni e attenta a quello che succede “oltre frontiera”. Anche perché alla fine i mezzi oggi ce lo consentono. Una generazione che si sagoma alla realtà, una generazione che si è dovuta confrontare con la rinuncia ed il sacrificio, estrapolandone valori positivi e etici, per formulare, non progetti finiti “chiavi in mano”, ma ipotesi labili, aperte che accolgono tutte le domande di una società incerta e vaga. Che si spoglia delle sole logiche del compenso, e che investe su se stessi e sul futuro delle nuove generazioni.

Una generazione che resiste.

7.      Nel nostro caso, tornati dalla parentesi portoghese, semi()atelier, è il nostro studio di progettazione. Nato nel 2013, da precedenti tentativi di condivisione con altri colleghi architetti (STUDI PARALLELI), opera seconda la “logica dell’ascolto”   del cliente. Per poi coordinare concertare e condividere con l’impresa il progetto da realizzare.

Ci poniamo sempre con discrezione alle richieste fatte da chi dovrà abitare uno spazio e chi dovrà realizzarlo. L’ascolto è uno dei codici essenziali del nostro modo di operare, che ci pone su di un piano non di un totale controllo ma di “accompagnamento” verso un risultato finale. Ovviamente la committenza, pubblica o privata che sia, di questi tempi, è molto variegata, sia dal punto di vista economico che intellettuale, e questo ci porta ad essere flessibili e aperti ad ogni richiesta. “semi()atelier, è l’essenzialità: l’azione che si denuda dal superfluo, si fa oggettiva, come l’attribuzione di utilità ad un oggetto nel suo impiego elementare.

La ricerca si fonda sulla semplicità che un’azione/progetto porta con se, per cui si fa silenziosa, minimale e concreta. semi() è l’inevitabile richiamo a cui quattro sognatori, diversi tra di loro, si sono allineati, consci della loro propensione verso “il tutto” e interessati alla sensibilizzazione come stimolo creativo per la vita quotidiana” (dalla presentazione di semi()atelier).

Oltre l’ascolto uditivo, l’”ascolto visivo” è un altro dei codici che ci identifica nell’esperienza professionale. Disegno dal vero, illustrazione grafica, scrittura come momento di registro del reale “andando a piedi”, è stata la chiave che ha in messo in moto, l’iterazione tra i componenti del gruppo. Si discute nel/del reale, attraverso sopralluoghi, passeggiate, stando spesso fuori dall’atelier, misurando con il corpo lo spazio e traendone le migliori risposte. Anche gli eventi organizzati come “le passeggiate di disegno_Medsketchbook”, o i detour nei variegati paesaggi urbani e naturali sono momenti atti a sensibilizzare lo sguardo, il saper vedere, non solo rivolto agli addetti ai lavori ma al pubblico in generale.

8.      Consigliamo a tutti un buon laboratorio teatrale e di danza acrobatica, la formazione di band rock privi di solista, dei workshops di pesca non subacquea. Inoltre riteniamo che debbano essere gli studi a mostrare apertura verso i giovani, riconoscendoli come risorse e non come manodopera a basso costo o peggio a costo zero.
9.      Alla luce della tua esperienza all’estero, illustra le differenze sostanziali tra il ruolo dell’Architetto così come viene percepito nella cultura e nella società italiana rispetto all’ambiente lavorativo in cui hai operato (cosa pensano le persone del lavoro dell’architetto? cosa si aspettano da lui? qual è il valore aggiunto dell’architetto che viene percepito dal committente rispetto ad altre figure professionali?)

In Portogallo, credo ancora per poco, la figura dell’architetto è una figura “culturalmente attiva” nel ruolo della società. Dai media, vengono spesso interpellati durante interviste, o altro, nel “raccontare” i loro interventi all’opinione pubblica. Sono parte attiva culturalmente e politicamente perché anch’essi attori coinvolti nella gestione urbana e del territorio, dei beni storico-artistici, archeologici, ma soprattutto nell’iterazione concreta tra ciò che è contemporaneo e non.

L’Italia da questo punto di vista ha un’ opinione pubblica abbastanza deficitaria nel considerare la figura dell’architetto parte attiva nel ruolo culturale e politico. I fenomeni da talk-show televisivi contribuiscono a creare una opinioneabbastanza scettica, mediocre e superficiale della figura dell’architetto e dell’architettura contemporanea in genere.

Fenomeno incrementato dalle spettacolarizzazioni di “quattro archistar” locali o internazionali, che abbagliano i bambini d’ogni età. Purtroppo pochi e rari sono anche i committenti che vedono nella figura dell’architetto una “figura completa” sul piano culturale e intellettuale. L’architetto, secondo loro, è colui che disegna una semplice “piantina” della casa e aiuta a scegliere e consigliare una moglie stanca, frustrata e insoddisfatta. Il lavoro dell’architetto diventa così complesso proprio per questa difficoltà nel digerire queste contraddizioni. Questo quando si è sul piano del privato, sul piano del pubblico è un’ altra storia.

Il ruolo dell’architetto è una figura aperta, e attenta a tutte le dinamiche, che riguardano l’abitare, lo spazio sociale e urbano, la politica, la cultura, la tecnologia, l’arte, l’economia. Non settorializzata!! questo ha creato non pochi problemi e imbarazzi nei confronti delle altre professioni e all’interno della nostra stessa professione.

10.   E’ il nostro rifugio temporaneo. Una mansarda che guarda con le sue piccole finestre che incorniciano il cielo, l’Etna e i fittissimi agrumeti del territorio delle Aci sino alle antenne di Vampolieri, e laggiù infondo un ritaglio di Jonio. C’è silenzio nel nostro atelier durante le belle giornate. Ma quando piove in inverno il rumore è assordante. La disposizione dei tavoli è ancora da rivedere, tutto è in continuo divenire come lo è per qualsiasi spazio in espansione libera.

Siamo 4 componenti e mezzo e ci muoviamo tranquillamente in libertà senza sentirsi a disagio. Lo chiamiamo atelier perché non si presenta come uno studio, ufficio o quant’altro ma si presenta come una sorta di “laboratorio artigiano o officina” dove può succedere di tutto. Lavorare, ascoltare musica, mangiare, ospitare, accogliere, sperimentare, cucire, dormire, disegnare, giocare, etc. Una piccola orchidea e della piante grasse, attendono l’acqua silenziose, al nostro arrivo la mattina, prima di cominciare a lavorare. Il nostro atelier ha la forma canonica della casa disegnata dai bambini, una iccola casa dove basta aprire due finestre e l’odore di zagare e gelsomini ti invade l’anima in primavera.

11.   Rivestono un ruolo molto attivo rispetto agli iscritti e alla società. Nel nostro caso l’Ordem dos Arquitectos portugueses e o IEFP (Instituto de Emprego e Formação Profissional) sin dal nostro arrivo a Lisbona hanno avuto un ruolo di guida informativa alla formazione professionale fondamentale. Lo IEFP stanzia annualmente delle borse per sostenere i tirocini retribuiti negli atelier di arquitectura o nelle altre strutture professionali.

Il contributo economico al tirocinante, costituito tra l’impresa e l’Instituto de Emprego, consente allo stesso di lavorare e formarsi professionalmente con serenità, acquisendo conoscenza e competenza nell’ambito di un ambiente lavorativo. L’Ordem do Arquitectos attiva la “formação continua” (corsi di formazione) e segue e verifica la crescita del neo- professionista all’interno degli Atelier di arquitectura per un anno. A conclusione dello stesso una prova-test (scritta e orale) farà abilitare il candidato, divenendo architetto e membro iscritto all’ordine. Da qualche anno il tirocinio all’interno di un atelier di arquitectura è sostenuto economicamente in parte anche dall’Ordem dos Arquitectos.

Abbiamo avuto modo di frequentare assiduamente la Sezione Regionale Sud dell’ OA a Lisbona, che riveste nei confronti degli iscritti e della società un ruolo fondamentale di divulgazione e sensibilizzazione della professione dell’architetto e della cultura architettonica, coinvolgendo scuole, servizi per l’educazione all’infanzia, associazioni culturali, la cittadinanza, l’amministrazioni comunali, etc.

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