Alice Palazzo (2015)


Il Profilo 
Sono una giovane architetto catanese, laureata presso la Facoltà di Architettura di Siracusa nel 2010. All’interno del ciclo di studi, grazie anche all’esperienza dell’Erasmus e alla partecipazione a numerosi workshop e seminari, ho ampliato i miei interessi in ambito architettonico e personale, sviluppando forti capacità nel lavoro di squadra, anche in ambienti multi-culturali e interdisciplinari. Dopo l’abilitazione, ho svolto un tirocinio a Friburgo, in Germania, che mi ha permesso di prendere contatto con una nuova realtà culturale e lavorativa e di rimanere all’estero per circa tre anni. Ho collaborato con diversi studi d’architettura, dove ho avuto la possibilità di crescere professionalmente in un ambiente preciso e qualificato. Negli anni mi sono sempre più concentrata sull’idea che il ruolo fondamentale dell’architetto nella società sia quello di migliorare la qualità della vita delle persone attraverso un’ampia scala di progetti a basso impatto ambientale. Ho quindi approfondito le mie conoscenze dei materiali naturali e delle tecniche costruttive tradizionali, con l’obiettivo di conciliarle con l’architettura contemporanea, rispondendo ai bisogni ambientali e della vita moderna. Il mio amore per la Sicilia ed il senso di responsabilità nei confronti dei luoghi dove sono cresciuta, mi ha riportato a Catania quest’anno, dove spero di portare avanti le mie ricerche e contribuire al progresso dell’architettura sostenibile anche al Sud.
Le risposte
1.      Sono partita per la Germania nel 2011, qualche mese dopo il conseguimento di laurea e abilitazione. Ho avuto la possibilità di partecipare ad un bando dell’Università di Catania per un tirocinio all’estero della durata di tre mesi (International Internship Program). Ero già stata in Erasmus e ho sempre viaggiato molto, anche grazie alla mia famiglia. Quindi ho sempre avuto interesse ad allargare i miei orizzonti e mettermi in gioco. Allo scadere dell’esperienza mi è stato offerto di rimanere per continuare la collaborazione nello studio di Architettura dove ero stata e io, non avendo alternative migliori in Sicilia, decisi di rimanere. Alla fine sono rimasta all’estero 3 anni, ma nel mio caso il fatto di vivere fuori non è stata una fuga dal mio Paese, perché ancora avevo avuto un contatto minimo con la realtà lavorativa nostrana. Diciamo che ho sfruttato la possibilità che avevo avuto per conoscere un contesto ed una cultura diversa e quando ho capito di aver concluso un ciclo ho fatto le valigie e sono tornata alla vita che avevo lasciato qui.
2.      Sicuramente la mancanza di fiducia che si ha nei confronti di noi professionisti e la conseguente mancanza di una collocazione precisa e definita nella comunità. In una società sempre più consumista e proiettata all’apparenza, anche priva di sostanza, la figura dell’architetto ha perso valore perché non gli viene più riconosciuto il ruolo virtuoso di un tempo. Esiste un abisso tra quello che abbiamo studiato e come ci hanno insegnato ad osservare la società e il mondo e come poi si deve realmente operare sul campo. Questo fa sì che dal punto di vista tecnico, la figura dell’architetto può essere sostituita e bypassata da altri (geometri, ingegneri, capo-mastri, privati stessi, che s’improvvisano interior-designer) e dal punto di vista etico e deontologico abbiamo dovuto “abbassarci” ad un modo di lavorare che non ci appartiene e che spesso è sbagliato, oltre a non ricevere mai le giuste gratificazioni. Questo purtroppo è un problema diffuso anche ad altre professioni ed ha a che fare con il degrado culturale, sociale e politico che ci ha investiti, generando un’impossibilità di comunicare, organizzare e definire i ruoli delle parti, così da poter valorizzare ognuno nel nostro piccolo qualcosa.
3.      Il fatto che l’Università non ci abbia formato alla professione ma solo alla teoria dell’Architettura, questo è certo. Sarebbe meglio se esistesse una via di mezzo. Però non credo che le Università estere siano migliori delle nostre, almeno in Europa; fa parte della nostra visione accademica, sempre stata più concettuale che pratica: il che non è un male ed è anzi apprezzato all’estero, perché ci si riconosce uno spessore culturale che altri Paesi non hanno. In Italia abbiamo tantissimo e invidiabile patrimonio storico e non possiamo lasciare andare questo sapere per far spazio alla tecnica o al marketing. Probabilmente si potrebbe diversificare maggiormente il piano di studi e relazionarsi, almeno agli ultimi anni, al mondo del lavoro. Comunque penso che sia un problema della società odierna, troppo incentrata sul mercato e meno sulle persone, che genera il grande scarto. Quindi, se devo essere sincera, è il livello qualitativo del mondo del lavoro che mi sconcerta e non quello della formazione universitaria che ho ricevuto.
4.      Ho conosciuto un mondo lavorativo organizzato e relativamente solido, oltre che avanzato dal punto di vista legislativo e tecnico, un mondo che di conseguenza permette ai professionisti di operare con sicurezza e fiducia nelle proprie capacità e nel futuro.

Di contro, per mia attitudine e background culturale, ho spesso cercato di scardinare certi meccanismi rigidi e statici che a mio avviso non permettono di essere sensibili all’estetica o in generale a certe sfumature della società. Noi siamo un popolo creativo e individualista, il loro concreto e collettivista. Ho semplicemente cercato il punto di mezzo e credo che, soprattutto a livello umano, chiunque io abbia incontrato sia stato grato, come me, della possibilità di aver vissuto le cose da questa diversa prospettiva.

5.      E’ assolutamente ancora condizionato, soprattutto in Italia, rispetto al resto dell’Europa. La globalizzazione sarebbe dovuta servire a regolamentare il settore edile e a creare degli standard comuni ai quali attenersi. Purtroppo invece ha livellato la ricerca, nel senso che l’ha frenata, almeno per quanto riguarda il rapporto con il contesto in cui si opera. In Architettura il concetto di “genius loci” è fondamentale. Non posso pensare che gli stessi edifici che si costruiscono in Germania possano andar bene in Sicilia o viceversa. E’ importante sviluppare una ricerca tecnica volta alla sostenibilità e a trascinare i Paesi meno virtuosi come il nostro all’interno di nuovi sistemi di sviluppo, ma non è giusto omologarsi in tutto e per tutto, perché ognuno ha bisogno della sua identità. Per fortuna, noi qui siamo così “duri” e lenti che questo non è successo. Nel bene e nel male, poiché, infatti, rimaniamo arretrati anche tecnicamente: in questo senso una nuova spinta nel settore della ricerca sarebbe fondamentale.
6.      E’ un problema di cattiva comunicazione, definizione di ruoli e organizzazione della società. Come ho già detto, se si smettesse di inseguire un modello di consumismo e apparenza (e parlo anche degli Architetti in questo caso) e si pensasse di più all’etica e ai reali bisogni delle persone, l’Architettura riuscirebbe ad integrarsi nella società in maniera del tutto naturale.
7.      In Germania, come dicevo, tutto è molto ben organizzato e strutturato. Nel processo di realizzazione di un’opera ognuno ha il suo ruolo e tutti sono ben coordinati: il cliente -privato, pubblico, può essere anche essere rappresentato da un’agenzia o da un gruppo – i progettisti – ingegneri e architetti che si coordinano nella fase iniziale delle strutture – infine le imprese e i fornitori – molto settorializzati, sempre in regola e che forniscono le certificazioni di tutti gli elementi e/o materiali -. Il Cronoprogramma è alla base di tutto, passavo molto tempo ad aggiornarlo e a mandarlo a tutti i soggetti che avrebbero interagito in cantiere.
8.      L’Università dovrebbe fare di più in tal senso, ma anche da parte dei professionisti avviati dovrebbe esserci più disponibilità. Pochi investono nei giovani e in chi ha meno esperienza, per paura di perdere troppo tempo a spiegare le dinamiche dello studio e dei cantieri. In Germania, il tirocinio è obbligatorio fin dalle scuole medie. Negli studi dove ho lavorato, venivano ragazzi di 13 anni a fare pratica di qualche mese o settimana (gratis, ma a quell’età va bene): la scuola li incoraggiava fin da subito a capire quale settore sarebbe potuto interessar loro da grandi (architettura, piuttosto che medicina, arte o economia) e a rimboccarsi le maniche per fare qualcosa all’interno di uno studio. Una ragazzina che è stata da noi per 1 mese, senza avere alcuna base d’architettura, è riuscita a fare un 3d in Archicad e 3 modellini in scala, oltre che una presentazione per la scuola del lavoro svolto, tutto incentrato su Mies e Le Corbusier. E’ chiaro che un giovane con una tale esperienza saprà essere un lavoratore migliore nel futuro, perché fin da subito impara a capire i proprio limiti, ad avere delle responsabilità e a relazionarsi con dei professionisti.
9.      Ogni professionista tedesco, in qualunque settore, è una figura specializzata, che garantisce le soluzioni migliori perché sempre aggiornata circa le innovazioni nel suo campo e che viene (e deve) essere sempre interpellata per le sue conoscenze – che non competono nessun altro: questo definisce il ruolo preciso del professionista all’interno della società ed il costante bisogno di ricerca nel settore. Per l’Architetto è lo stesso: egli è capace di guidare il committente nel processo di ideazione, realizzazione e gestione di una costruzione; grazie al confronto con i colleghi, tenderà a lavorare più in un settore che in un altro e con delle imprese e dei fornitori che più si adattano alle sue esigenze tecniche (non solo in base all’economicità dei preventivi offerti quindi, ad esempio); tramite l’Ordine e non solo si terrà sempre aggiornato sulle idee e materiali più innovativi e offrirà tirocini e formazione e lavoro sempre e categoricamente a contratto.
10.   Ho lavorato in tre diversi studi d’Architettura e tutti erano piuttosto piccoli, di massimo sei persone (una mia scelta personale). Vi erano uno o più soci a capo dell’attività, dei dipendenti architetti, ingegneri e/o disegnatori e qualcuno alla segretaria e contabilità. La cosa interessante e gratificante è che ognuno di noi era indispensabile per qualcosa e nessuno seguiva troppi progetti alla volta. Gli orari di lavoro erano precisi e serrati: si lavorava 8 ore piene ma non più di questo (a meno di urgenze e previo accordo). Vi era una pausa comune alle 11.00 dove, davanti ad un caffè, discutevamo dei progetti o del più e del meno; per le festività, prima delle vacanze, si organizzavano cene o uscite tutti insieme per tenere sempre sano e saldo lo spirito di gruppo.
11.   Più o meno lo stesso ruolo che hanno qui in Italia. L’unica differenza è che all’estero adempiono davvero ai loro compiti, con serietà e precisione. Io ero iscritta all’Ordine degli Architetti del Baden-Württemberg come AiP (Architekt im Praktikum) e avevo molte agevolazioni sui costi della retta e sui corsi di formazioni (nonostante i prezzi die seminari rimanessero veramente alti!). Comunque seminari, visite guidate, corsi ed eventi erano ben organizzati e sempre affollati, anche di persone non del mestiere ma interessati allo scambio di opinioni con i professionisti. Infine l’Ordine ci mandava una newsletter tematica al giorno (Baunetz Wissen) e una pubblicazione cartacea gratuita al mese (Architektenblatt), un magazine fornitissimo di articoli, foto, informazioni sui materiali, sugli eventi e sui concorsi d’architettura nel Land e in tutta la Germania.
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